FRESTA, UNO DEI BEI PERSONAGGI DEL CALCIO DI UNA VOLTA …
Una volta c’erano i calciatori che i parastinchi li usavano poco, spesso giocando addirittura con i calzettoni arrotolati, è “Totò” Fresta, che lega idealmente la Tuscia ad Avellino. “Totò”, l’ultima bandiera avellinese, che a quarantacinque anni non aveva ancora appeso le scarpette al chiodo. Lo stesso che era il ragazzo talentuoso, capelli lunghi e faccia da Capitolino verace, che passeggiava sul lungolago di Marta, che viaggiava a bordo di una Dyane vistosamente usata. Qualcuno giura di avercelo anche visto dormire, qualche volta. Romano, come detto, classe ‘68, cresciuto nelle giovanili della Lazio. Ezio Piacentini, allora direttore sportivo della squadra lacustre, lo aveva pescato, appunto, nel fiorente firmamento del calcio della capitale. Aveva intravisto grandi qualità per uno che non era un centravanti, non era una seconda punta e nemmeno un’ala o un trequartista. Al contempo era un po’ di tutto questo. Lui, romano della Garbatella, ma con genitori siciliani, che avevano vissuto la terribile esperienza del terremoto, e con cui avevano fatto i conti per lunghi anni successivi, con le sue movenze alla Faustino Asprilla, il suo passo felpato e la sua simpatica sregolatezza, era subito entrato nelle simpatie del popolo biancazzurro di Marta e Capodimonte. A Marta avevano racimolato in fretta i cinque milioni di lire per comprare il cartellino: ne ripresero quindici, al momento di venderlo. Sarebbe anche potuto finire alla Fiorentina, se solo ci avesse creduto di più!
Forte, anche se un po’ indisciplinato tatticamente, abituato a dribblare gli avversari come birilli e a sorprendere i portieri con tocchi astuti. Doti che ha mantenuto anche quando – dopo tanti anni, quando stava finendo la carriera in Piemonte – si è ritrovato a guidare automezzi e scaricare cartoni di birre e superalcolici destinati ai bar di una piccola cittadina piemontese. Uno come Fresta lo avresti voluto sempre vedere nel mondo del calcio, non importa con quale mansione. Ed invece Totò-Gol ha intrapreso un’altra strada, sicuramente più coraggiosa, abbandonando il mondo del pallone.
Ad Avellino è ancora idolatrato, non solo per quel centinaio di presenze e la trentina di reti, che ne fanno il quarto marcatore di sempre della gloriosa storia biancoverde. La tecnica – come detto – era quella di un calciatore di categoria superiore, le movenze scomposte e il passo sbilenco no. Non importa che fosse – o meno – lento, importante era che ne gabbava parecchi, di difensori, più o meno scattanti, rocciosi. Rimane l’idolo della giovinezza per molti, per gli sportivi del lago di Bolsena, per i cronisti che seguivano le evoluzioni calcistiche dell’Etruria. In certe partite arrivava al triplice fischio senza aver visto un pallone, ma non si avviliva, pensava a gettarsi di nuovo nella mischia la volta dopo. Diceva senza giri di parole quando non voleva che gli si rompessero le scatole, quasi come da “regolamento” della vecchia Garbatella. Quella gente che non aveva bisogno di tante parole, ma solo di energia, quell’energia con cui rispose alla chiamata del commendator Sibilia, dall’Irpinia, oppure a quella del presidente della squadra di seconda categoria di Alessandria, dove Fresta andò a chiudere la carriera. Il presidente era anche titolare di un’azienda che distribuiva bevande agli esercizi commerciali. Erano passati tanti anni, da quando aspettava in auto, con un panino tra i denti, che iniziassero gli allenamenti, in riva al lago di Bolsena, dove ci era arrivato dopo la trafila delle giovanili della Lazio, tifando, però, Roma, come è capitato a tanti altri calciatori capitolini. Era un calciatore dal talento straordinario, da solo valeva i soldi del biglietto, anche nel periodo più buio della gloriosa storia dell’Avellino, quando si andava allo stadio per vedere lui, col suo stile dinoccolato, aspettando una giocata illuminante, un goal decisivo, anche solo un dribbling ubriacante. Come spesso accade ai grandi talenti, non ha avuto la fortuna che meritava, non ha calcato i palcoscenici che gli sarebbero potuti competere. Ad Avellino resterà nella storia per sempre, così come quegli inizi sulle sponde del lago, quando Marta diventò la sua casa e il suo trampolino di lancio verso un calcio importante.